Ero stata invitata una domenica di primavera presso un Parco della mia città di Padova, a me molto caro, con una sua storia, come del resto la maggior parte dei parchi che poi restano categoricamente chiusi per questioni di sicurezza contro vandalismi o mal gestiti, ma che facendo così, non si possono vivere appieno.
A parte questo, ne resto particolarmente legata per una serie di ricordi di gite scolastiche e per studi universitari. Trattasi del parco Treves e la domenica era dedicata alla dimostrazione della tecnica del tree climbing (l’arrampicata per la moderna arboricoltura).
Di questo posto incantato, perché questo è il termine corretto per descriverlo, vi riporterò solo che fu progettato, su commissione, dall’architetto Giuseppe Jappelli (ingegnere, architetto e paesaggista italiano) in totale stile romantico all’inglese. Per capire che fu “lo Jappelli una delle sue opere più note di Padova è il famoso Caffè Pedrocchi – dove qualsiasi persona che viene a visitare la mia città non puo’ non andare a prendere il gustoso “caffè Pedrocchi”.
Ma torniamo alla domenica di primavera!
Mai avrei pensato quel giorno di incontrare un carissimo amico/collega tree climbing che tutt’ora ringrazio di immenso cuore per ciò che mi fece vivere.
Arrivai e la loro postazione era ai piedi di un magnifico esemplare di platano. Il suo tipico portamento a “candelabro” lo si nota già ad una considerevole distanza tanto è considerevole la sua altezza di pianta secolare.
Vi erano corde e intrecci che mi hanno sempre affascinato e quel salire e scendere nello stare sospesi che mi dava quel non so che di spettacolare, ma allo stesso tempo inavvicinabile per la precisione della tecnica.
Poi mi voltai e arrivò lui con il suo abbigliamento tecnico che con un semplice “ciao” mi pose il caschetto di sicurezza. Lo accettai e ringraziai pensando fosse necessario se si voleva restare sotto a chi voleva provare a “giocare” con quelle corde e intrecci. Il suo invito però non terminò lì, ma mi indicò con il suo sorriso di avvicinarmi ad un paio di corde che pendevano da una della branche più alte del signor Platano.
Lo osservai e la mia tipica risata ironica non lo convinse per niente. L’invito era chiaro! Dovevo per lo meno provarci tra quelle corde e intrecci.
Non vi racconterò il mio abbigliamento tipico da passeggiata domenicale pomeridiana (vi dico solo che avevo leggings e gonna in jeans), ma mi soffermerò nell’imbarazzo che avevo nel trovarmi totalmente a disagio di fronte ad un maestro così saggio e composto come può solo essere un platano a portamento di “candelabro”.
Non era la prima volta che mi trovavo di fronte a lui, ma quel giorno, in quell’esatto momento, mi sentivo messa a nudo e non avevo il coraggio di provare a salire, mi dava quasi l’impressione di mancare di rispetto.
Poi alzai gli occhi …quella branca orizzontale mi stava invitando a raggiungerla, era davvero molto alta, ma dovevo per lo meno provarci.
Senza rendermene conto avevo già l’imbragatura allacciata e il mio amico mi stava spiegando come utilizzare i piedi per stringere le corde e tirarmi su per poi portare il nodo tra le mani più alto, riposizionare i piedi uno sopra l’altro con la corda in mezzo e tirarmi su ancora, spostare nuovamente il nodo tra le mani e così via…
Il gioco sembrava abbastanza semplice, ma per un corpo non allenato a sollevarsi con le proprie forze, dopo pochi metri che mi ero alzata da terra, iniziavo a sentire i primi cedimenti. Osservai dall’alto il mio amico, che mi sorrise …avevo già capito tutto, avevo capito che lui lì su c’era già stato!
Alzai nuovamente gli occhi e tutto ad un tratto non sentii più nulla attorno a me, nessuna voce, nessuna risata, nessun chiasso di traffico …sentivo solo lui, il grande platano, il suo delicato fruscio di foglie, quel leggero dondolare nello stare sospesa e solo in quell’istante mi resi conto che ero sostenuta totalmente da quella sua branca …mi stava sorreggendo e mi stava sostenendo.
Ripresi a salire non curante del corpo dolorante, salii e salii ancora …sinceramente non so quanto alta ero, so solo che guardando in basso il mio amico lo vedevo davvero piccolo, piccolo, non scorgevo più il suo sorriso, ma so di certo che lo aveva a 32 denti!
E alla fine ci arrivai. Non arrivai a salire sulla branca, ma mi limitai a stringerla forte. Mi aggrappai a scimmia con la schiena rivolta verso il basso e posai la mia guancia su quel grosso ramo. Chiusi gli occhi per un po’ e mi passo d’avanti tutta la mia infanzia, quando mi arrampicavo ovunque, quando il nascondiglio migliore era tra i rami di un albero e dove sapevi che con un niente ti creavi il tuo nido di sicurezze.
Non avevamo grossi problemi da risolvere, visti ora a quest’età, a quell’età però, i problemi che avevamo erano enormi, ma avevamo la capacità di trovare un luogo dove poter fermarci, dove poter ascoltare e dove si trovavano le risposte ed il respiro lento.
Aprii gli occhi e quel colore verde intenso ancora oggi è impresso in me, quel fruscio, quel profumo di corteccia, quel contatto di stretta …quel sentirmi sorretta e al sicuro nonostante davvero non ho idea di che altezza avevo raggiunto. Mi staccai e mi lasciai dondolare appesa a lui con le braccia libere posate ai miei fianchi … tutto attorno a me la sua chioma che mi avvolgeva come se mi stesse raccogliendo in un tenero abbraccio. Scendere era davvero semplice, bastava allentare un po’ alla volta il nodo, ma per me fu davvero difficile iniziare quella manovra. Lo salutai, lo ringraziai, chiusi gli occhi e iniziai le manovre per scendere.
Troppo spesso sento genitori urlanti che riprendono i propri figli se solo ci provano a salire su un albero.
“Scendi subito! Hai capito?! Non si fa!” …ma perché non si fa? Un giorno mi azzardai a chiedere.
“Perché potrebbero cadere, inoltre poi non sanno più scendere e mi tocca andare ad aiutarli.” … Ahhhh
ok! Chissà se loro da piccoli salivano tra gli alberi…e se ci provassero ora? Scoprirebbero che non è poi così pericoloso e che l’osservare dove posare il piede, o quale ramo scegliere per aggrapparsi e proseguire nel passo successivo, per andare oltre, è in realtà il senso della vita, solo preso con un tempo più silenzioso e con un passo più lento! E si sorprenderebbero pure del fatto che respirano!
Vi auguro buone arrampicate!

“Se ti sdrai sotto un albero in una giornata calda, probabilmente avrai solo voglia di startene lì, tranquillo, a goderti in pace l’ombra e il silenzio. Ma se aguzzi occhi e orecchie, ben presto scoprirai di non essere affatto solo: gli alberi offrono cibo e riparo a molti animali e a volte si trasformano in un vero e proprio parco giochi, di cui in tanti approfittano per nascondersi, giocare, arrampicarsi…
Allora forse ti alzerai e penserai: e se mi arrampicassi anch’io?” Cit.

Sara Segato – Team Editoriale NatureTherapy

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